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lunedì 03 agosto 2020
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La cronaca dell’ultima predazione del lupo tra le case di Via Caltene a Transacqua, avvenuta nelle notti di giovedì 14 e venerdì 15 maggio.

Che il lupo si aggiri frequentemente a Primiero e nel Vanoi è cosa nota da un po’. Ora però la sua presenza stanziale inizia ad essere problematica e gli allevatori “ne hanno piene le scatole”. Pecore braccate e sbranate sono state ritrovate durante tutto l’inverno, con i casi più eclatanti a poche centinaia di metri sopra l’abitato di Mezzano (dove il lupo è stato pure ripreso da una telecamera a infrarossi mentre si gustava il lauto pasto), in Val Canali e a Lach, sopra Transacqua.

Ma l’ultima predazione di giovedì ha “rotto le scatole” non solo all’allevatore Simone Scalet, ma anche ai residenti di Via Caltene a Transacqua. Infatti, il canide ha preso di mira il recinto adiacente le case, dove abitano famiglie con bambini sempre “intorno a dugar” che hanno imparato ad avvicinare le mansuete al richiamo di “sal, sal, sal” facendosi leccare le manine piene di sale.

Simone Scalet alleva capre e pecore per passione da 23 anni, fin da quando aveva 11 anni. Ha una stalla in centro paese, ereditata dal nonno, e durante l’inverno accoglie 15 pecore e 18 capre. Poi, dalla primavera all’autunno, dedica il tempo libero ai suoi animali, facendoli pascolare sui prati al limite delle zone boschive, con il vantaggio di mantenere certi “ronchi” puliti, frenando l’avanzare di piante e sterpaglie. La sua e quella dei numerosi allevatori “hobbysti” è una funzione importante per il mantenimento del territorio, che altrimenti andrebbe gestito a livello provinciale e comunale con un notevole esborso economico e impatto ambientale.

Tornando alla vicenda, nella notte tra mercoledì e giovedì, il lupo ha assalito il recinto sbranando una pecora: in maniera chirurgica, ripulendo per bene la carcassa e lasciando solo le interiora, le zampe e la testa, denotando una vera “fame da lupo”. La mattina, la macabra scoperta, l’intervento della forestale, l’innalzamento del recinto che non era stato intaccato.

Paura e sgomento nel circondario dove abita una quindicina di famiglie, tutte solidali con l’allevatore: ma è mai possibile che il lupo goda di tanta tutela a livello nazionale, a discapito di chi, con passione e fatica, porta avanti tradizioni millenarie legate al vivere in montagna? Avanti così, e pure l’allevamento andrà a morire: recinti doppi e elettrificati è acclarato non proteggono il bestiame. E allora, ecco la voce dei “protezionisti” ad oltranza: ci si prenda dei cani e la sera si riportino i capi nella stalla. Vabbé, non serve essere un allevatore di professione per capire che così non si va avanti. È come quel tipo che era partito per andare a Roma in pellegrinaggio e la sera, visto che era ancora vicino a casa, rientrava per dormire.

Insomma, i soliti discorsi, così usuali che si dà per scontato che le normative non si possano cambiare.

Comunque, non è finita qui. Venerdì mattina, il recinto non esisteva più. Il lupo era ritornato, le pecore – già spaventate dalla notte avanti – hanno cercato in tutti i modi di scappare. Nel prato, non ce n’era più alcuna. Una, solitaria, si era rifugiata sul tetto della legnaia della casa prospicente il prato a pascolo. Quando Simone Scalet, avvisato dalla famiglia, è arrivato, si è trovato di fronte un animale spaventatissimo: non voleva lasciarsi prendere, batteva ostinatamente una zampa a terra. Simone era sgomento al pari: se la pecora avesse cercato una via di fuga lanciandosi dal tetto, si sarebbe spezzata le zampe. Come fare? Momenti lunghi e affannati, finché l’impresa è riuscita, abbracciandosi stretto l’animale. Quattro sue compagne sono state ritrovate 500 metri oltre, nascoste nell’alveo del rivo che scende da Caltena, le altre 8 erano arrivate quasi al Mason, tutto dall’altra parte del colle.

Che fare? Dare ragione a chi difende il lupo ad oltranza, gettare la spugna e cominciare a fare la spola stalla-recinto ogni mattina e ogni sera? Improponibile, come già detto. Ecchecavoli, non si ha più il diritto di mantenere vivo quell’atavico senso di appartenenza alla montagna?

Intanto va così: le 13 pecore superstiti, assieme alle 18 capre che pascolavano su un’altra riva pochi metri più su bordo strada hanno trovato “dimora” in un prato in paese. Una sistemazione precaria, della durata di una settimana, poi non ci sarà più erba e Simone dovrà trovare velocemente una soluzione.

Alcune considerazioni sul modus operandi di lupo e pecore, come ci ha raccontato Simone Scalet: per come ha sbranato chirurgicamente la prima preda, il lupo doveva essere molto affamato. Si è preso tutto il tempo, sotto la luce del lampione che illumina la strada tra le case, di cibarsi fino all’osso. Certo che normalmente, così dicono gli esperti, dopo un lauto pasto è sazio per almeno una decina di giorni. Allora, forse, non è lui che è tornato la notte dopo. Oppure, potrebbe trattarsi di una lupa che deve sfamare lei e i suoi cuccioli. Ecco così, che per saperne di più, venerdì sera la carcassa della seconda pecora sbranata è stata lasciata in mezzo al recinto, monitorata a vista da due telecamere all’infrarosso: si vuole capire se sia un lupo solitario o più d’uno. Il lupo, la lupa o i lupi non si sono fatti vedere. Satolli, finalmente? O meglio, fino al prossimo brontolio dello stomaco?

Ovvio che ora il lupo potrebbe far man bassa nei pascoli vicini: nei dintorni, tra Mason e Caltena, ce ne sono altri tre vicini a case abitate. L’attenzione è alle stelle e la preoccupazione è tangibile.

Due parole vanno spese nuovamente per le pecore: nella giornata di venerdì, dopo che si sono ritrovate tutte assieme, sono rimaste in gregge, senza mai isolarsi, al bordo del recinto più vicino alle abitazioni. per sentirsi più protette dalla presenza umana? È risaputo, infatti, che hanno paura a rimanere nel recinto predato. Anche chi difende il lupo ad oltranza o non conosce gli ovini, può capire che non rimangono indenni dallo spavento. Se la prima notte non sono scappate dal recinto perché non sapevano come muoversi all’attacco – per loro era la prima volta -, ecco che è comprensibile come la seconda abbiano cercato una via di fuga e si siano disperse mandando all’aria il recinto.

Simone Scalet evidenzia pure come lo shock può avere effetti immediati sulle femmine gravide che culmina con l’aborto. Per fortuna, capi gravidi non ce n’erano, ma non è detto che non ne risentano con il parto previsto in autunno: sono noti infatti casi di pecore che, dopo lo spavento, portano a termine la gravidanza, ma allontanano i piccoli alla nascita. Solo l’allevatore, con pazienza e amore, riesce a far riaccettare i nuovi nati alla mamma.

La stampa provinciale ha dato conto della prima predazione: ha fatto scalpore la vicinanza alle case di Transacqua. La seconda, invece, non ha trovato rilievo. Il lupo, infatti, “non fa più notizia”. “Ecchediamine, predazioni ce ne sono dappertutto, da anni ne scriviamo, che questi allevatori si organizzino, tanto le pecore uccise sono ripagate e vengono fornite le reti elettrificate. Magari ci sono pure i contributi per i cani da guardia. Ma che vogliono ancora? Si adattino a portare i capi al sicuro di notte…”.

Insomma, tra opinione pubblica della città e difensori ad oltranza del lupo, è un gatto che si morde la coda. E la politica, l’unica forse che potrebbe fare qualcosa? Assente, in balia degli ambientalisti, prona a leggi nazionali che sembrano frutto di zero mediazione. Tanto si predica di mantenere viva e abitata la montagna, tanto si mettono paletti insormontabili. Non si va avanti a suon di contributi, ma con politiche favorevoli al lavoro.

Eppoi non si capisce tutta questa necessità di proteggere la specie lupo ora che prende piede agevolmente: è permessa e ritenuta necessaria la caccia a cervi e caprioli, è bandita quella al lupo. Non ci siamo: vabbé che anche i cervi sanno far danni alle coltivazioni; vabbé che la carne di lupo non è poi così gustosa mentre quella degli ungulati è una leccornia, ma è questo il discrimine?

Tanto per la cronaca: chi scrive non ha nulla contro il lupo. Se ne vedesse uno impallinato, magari da un bracconiere, solidarizzerebbe con il lupo, come fa con le pecore sbranate. Tanto per dare l’idea: ho la licenza di pesca, ho praticato la pesca a mosca, ma ho smesso, incapace di uccidere le trote. Troppa pena per il dolore altrui.

Ecco, non è questa la questione: qui sono lesi diritti atavici e un compromesso tra la tutela del lupo e la tutela di allevatori e allevati va trovata. E anche le pecore hanno “il diritto” di essere salvaguardate.

Il dialogo deve rimanere aperto. Non si può liquidare la questione con “tanto non si può fare niente”. Troppo comodo.

E il modo corretto non è quello di dividersi in fazioni esacerbate, tra chi è pro e chi è contro. È ovvio che finché troverà pecore disponibili, il lupo continuerà a mangiarsele, non c’è verso. E come mi ha confermato un amico naturalista, “un filo elettrico o una reticella servono a tenere le pecore, non ad impedire al lupo di entrare. Ogni sera notte o mattina se non ha trovato alternative si fa il giro dei posti dove sa che ci sono pecore o altro. Non è un animale d’alta quota, è un animale che vive e frequenta tutte le quote dalla quota del mare fino ai pascoli alpini, sfrutta valichi e passi come anche strade e vie di paese per i suoi spostamenti. Se in zona c’è una coppia e sono nati i cuccioli, avranno un raggio d’azione di una cinquantina di chilometri. Sono continuamente in giro per marcare il territorio”.

E a proposito del nostro caso specifico, “questa zona è da poco occupata perciò ci saranno numerosi casi di predazione su domestici finché non si stabilizza il nucleo e finché quello che si dovrebbe fare e impedire, l’accesso alle pecore con i recinti specifici. Anche il bracconaggio, i bocconi avvelenati e cose del genere non servono a niente, anzi, ottengono l’effetto contrario, perché si rende la zona di nuovo libera e a disposizione di lupi in dispersione e si ricomincia daccapo perché il lupo solitario è più facile che si ‘magni’ le pecore”.

E allora, che fare? “Siccome è una specie che apprende e ha un elevato livello di cognizione, quello che andrebbe fatto è fargli capire che le pecore non sono più prede facili”.

Insomma, serve cultura da entrambe le parti, interesse a conoscere un argomento delicato che coinvolge interessi diversi. E una gran voglia di dialogare sereni e convincenti. Certo, non si accontenteranno tutti, ma parlarne in toni costruttivi non può fare che bene.

Manuela Crepaz