Sommario

  • 22/09/2018 15:00 This RSS feed URL is deprecated
  • 22/09/2018 12:16 Manovra: Giorgetti non possiamo trascurare vincoli Ue - ANSA.it
  • 22/09/2018 14:18 Il M5s difende Casalino: "Nei ministeri c'è chi rema contro" - il Giornale
  • 22/09/2018 14:45 “VOGLIO VEDERE IL MARE PER L'ULTIMA VOLTA”/ Ambulanza esaudisce il desiderio di un paziente 88enne - Il Sussidiario.net
  • 22/09/2018 13:13 Bordighera: tragico schianto sull'Aurelia tra un'auto e un bus. Due morti - ImperiaNews.it
  • 22/09/2018 11:22 “MORTE IO SONO PRONTO”, SI SCHIANTA CON L'AUTO 6 GIORNI DOPO L'AMICO/ La storia da brividi di 'Paolino' - Il Sussidiario.net
  • 22/09/2018 13:16 Iran, strage alla parata militare: 24 morti e 53 feriti, vittime anche tra i civili - Rai News
  • 22/09/2018 13:12 Cina, “accordo per aiutare le Chiese locali a godere di più libertà” - La Stampa
  • 22/09/2018 13:58 Segnale di distensione di Salvini a Di Maio: con Berlusconi solo accordi locali - Il Sole 24 ORE
  • 22/09/2018 12:53 Frosinone, suora rompe la testa a un prete in sagrestia: un mattone come arma - Blasting News
  • 22/09/2018 09:45 Messina, trasportava undici chili di cocaina in auto: arrestato - TGCOM
sabato 22 settembre 2018

13 Gennaio

Una vera rivoluzione in campo alimentare, nelle nostre zone, fu causata dall'arrivo del granoturco che in Valle deve essersi diffuso abbastanza rapidamente e la polenta, dopo che nel Veneto, divenne ben presto la regina della mensa di Primiero e Vanoi. Essa riempì il gran vuoto del pane che era stato sempre scarso, e le granaglie rendevano poco, e solo per i più ricchi possidenti del terreno coltivabile. Non che il clima locale fosse adeguatamente favorevole per il granoturco, che in certi autunni di precoce frescura si doveva lasciare a lungo a maturare nei campi, fino alla data stabilita dal comune. Ciononostante, come ricorda il maestro Corrado Trotter, nel libro "Vita Primierotta, nei suoi costumi, tradizioni e leggende", procurarsi una fetta di polenta significava arrivare a sbarcare il lunario, ma la lotta fu dura: fino alla Prima Guerra Mondiale ed anche dopo, chi non aveva campi doveva coltivare quelli del proprietario con un' usura tale da paragonarsi allo schiavismo. Le pannocchie venivano pesate e spartite nel campo; il padrone si trasportava la sua porzione sovrabbondante a casa dove poi il coltivatore, i familiari ed amici, doveva recarsi par desfoiar, far su i mazi co le sache e portargheli su la sofita. Era un duro colpo per chi aveva tanto sudato veder i mazi picadi su le stanghe dei altri! Al pasto di mezzogiorno la polenta non mancava, si può dire, in ogni casa: qualche volta si cuoceva anche la sera, al posto del minestrone e, quando gli uomini partivano la mattina presto per lavori di fatica in montagna, si preparava perfino una terza volta. Versata sul taier o sul mantil, e tagliata a fette con smezer o con un filo di lino attaccato nel foro del manico del tagliere. Veniva accompagnata con il formaggio nostrano, con lo schiz, il più delle volte fritto nel burro, con la tosèla, con la casada, ricotta ricoperta di panna fresca. Poi ancora con i crauti cotti con le luganeghe, lardo e pancetta. Ed infine la carne bona, cioè la salsiccia, sia essa seccata ed affumicata, sia fritta nel burro, sia brustolada su le brase. Qualche volta su le luganeghe fritte nel burro, si versava la boia bollente, a mò di besciamella,una specie di papparella di farina di granoturco cotta con poco sale, forse anche per risparmiarlo, nell'acqua bollente. Di qui il nostro modo di dire languido o desavi come la boia, riferito ad un uomo con poco sale in zucca, senza spirito ne energia. Nel passato si preparava anche la cosiddetta polenta boista, una specie di minestra fatta con dadi di polenta fredda e quindi ben rappresa, meglio se rafferma, bollita per qualche minuto nel latte allungato con l'acqua e un po' di burro. Per noi Primierotti anche al giorno d'oggi, con tutte le innovazioni culinarie che ci sono state, ha ancora molta importanza il pasto accompagnato dalla polenta che è di secolare tradizione; solo il companatico oggi è diventato molto più abbondante.

13 Gennaio

Da secoli, poiché è citato anche negli statuti, un gioco prediletto dagli abitanti delle nostre valli, piuttosto chiassoso da far risuonare le ostarie di veri e propri urli fu quello della mora. Si tratta di un vero esercizio di occhi e di dita, di intuizione e decisione, del quale numerosi furono i giocatori fanatici. Questo gioco offre facile via all'imbroglio per questi motivi i litigi tra i giocatori erano frequenti e, se i giocatori erano alticci, assai facile dato che si faceva una bevuta ogni partita che al massimo durava 20 minuti, si passava facilmente alle mani. Addirittura delle coppie mettevano in palio una cassa di birra per i giocatori e gli spettatori e continuavano a giocare per ore, attanagliati dall'ansia di vincere, giocando con un ginocchio posato sul tavolo. L'e en dugo che inchiza, si diceva. Si giocava a mora ciamada, a mora batesta, a mora muta, con metodo e regole molto diverse. Per esempio nella mora ciamada il ritmo delle battute è molto veloce ed il giocatore che 'l a la mora cioè che ha fatto l'ultimo punto, non solo tocca a lui ciamarla, ma può chiamare solo il numero sei col termine di cia. L'arbitro ch'el tegn su i ponti con le dita di tutte e due le mani vien chiamato sior o stileta. Il gioco della mora fu abolito verso il 1932 ma qualcosa di esso deve esser rimasto nel sangue della nostra gente se ancora nelle feste è un passatempo delizioso trovarsi su qualche rifugio, o in altri luoghi per poter fare di nascosto quatro ponti a la mora.

 

12 Gennaio 14 Gennaio