La Signorina Else di Arthur Schnitzler il romanzo ambientato a San Martino di Castrozza
Redazione Primiero Martedì 18 luglio 2017 5 minuti
La Signorina Else di Arthur Schnitzler il romanzo ambientato a San Martino di
Castrozza La Signorina Else di Arthur Schnitzler, romanzo breve ambientato a
San Martino di Castrozza, viene pubblicato nel 1924, quando l'Hotel Fratazza
in cui si svolge la vicenda narrata, e la società Belle epoque che lo
frequentava, sono già stati spazzati via dalla guerra. Un racconto che copre
lo spazio di alcune ore. Inizia sui campi da tennis di San Martino di
Castrozza in una «serata meravigliosa» in cui «il Cimone svetta superbo» e si
conclude poco dopo cena. È il 3 settembre, finito il caldo dell'estate l'aria
si fa più frizzante, quando si mischia ai pensieri può diventare inebriante
«come lo champagne». Di fronte al Cimon della Pala, la giovane prova
un'ambivalente sensazione di timore e fascino e, più volte durante il suo
monologo, crea un punto d'incontro tra il suo stato d'animo e il mutare
dell'aspetto delle montagne, che si fanno sempre più scure ed enormi con lo
scendere della sera e poi della notte. «Inquietante, gigantesco il Cimone,
come se volesse cascarmi addosso!» - commenta. Agli inizi del Novecento, San
Martino di Castrozza, già affermato centro turistico, diventa un luogo
conosciuto e frequentato dalla buona società dell'Impero austro ungarico.
Nascono strutture quali l'Hotel Dolomiti di cui Schnitzler fu più volte
ospite, anche se sceglierà di ambientare la storia della Signorina Else
nell'Hotel Fratazza, costruito nel 1908. Una struttura elegante e isolata,
per questo forse più adatta a rappresentare la solitudine interiore di Else:
«Così lontano, lontano è l'hotel e così fiabescamente illuminato» - così lo
descrive, infatti, la ragazza - e poi ancora: «Com'è gigantesco l'hotel, come
un enorme castello incantato illuminato». Tra la ricca borghesia che
frequentava San Martino di Castrozza, molto nutrita era la presenza di ebrei.
A tal proposito, Giorgio Bassani nel Giardino dei Finzi Contini, inserisce un
preciso accenno a San Martino quale luogo frequentato dalla clientela
ebraica. Preoccupato per la salute dell'amico Alberto, il protagonista
narratore gli propone: «E allora, visto che si tratta del caldo, perché non
vai una quindicina di giorni in montagna?». «In montagna d'agosto? Per
carità. E poi…» (qui sorrise), «…e poi, Juden sind dappertutto unerwünscht
(indesiderati). Te ne sei scordato?». «Storie. A San Martino di Castrozza per
esempio no. A San Martino ci si può ancora andare». Anche in Atomi di
famiglia, la biografia di Enrico Fermi scritta dalla moglie Laura, nel
capitolo 10 novembre 1938, testimonia: «Per il nostro soggiorno estivo
avevamo scelto per quell'anno San Martino di Castrozza, uno dei posti più
incantevoli delle Dolomiti, situato in una conca sterminata, coperta di prati
verdi smaglianti che si estendono a perdita d'occhio verso sud e sono
protetti da un ampio arco di rocce maestose. Massicce alla base, queste si
dividono verso l'alto in forme fantastiche, in torrioni, in guglie e in
quelle pareti sottili, quasi senza spessore, che per essere caratteristiche
del luogo vengon chiamate le Pale di San Martino». E, poco oltre: «Eravamo
ancora a San Martino il 2 settembre, quando la radio annunciò le prime leggi
razziali riguardanti gli ebrei italiani». Ma ritorniamo alla nostra Signorina
Else, che come Schnitzler, è ebrea. Un elemento che però emerge solo da una
lettura attenta del libro, nei rari ma fondamentali momenti in cui troviamo
la giovane immersa in disincantate riflessioni che coinvolgono le sue origini
ebraiche: «Ha ancora un ottimo aspetto con la barba a pizzo brizzolata. Ma
simpatico non lo è. Si tiene su artificiosamente. A che le serve il suo sarto
di classe, signor von Dorsday? Dorsday! Una volta aveva certamente un altro
nome». E, in modo ancor più incisivo: «No, signor Dorsday, non credo alla sua
eleganza, né al suo monocolo, né alla sua nobiltà. Per conto mio potrebbe
commerciare in abiti usati altrettanto bene come in quadri antichi. Ma Else,
Else, che ti salta in mente. - oh me lo posso permettere. Nessuno se ne
accorge guardandomi. Sono anche bionda, d'un biondo fulvo, e Rudi ha
assolutamente l'aspetto di un aristocratico. Mamma si tradisce naturalmente
subito, almeno quando parla. Papà invece proprio per nulla. Poi del resto, se
ne accorgano pure. Io non rinnego affatto la mia origine, e Rudi meno che
mai».
Chi era Arthur Schnitzler (Vienna, 1862 - 1931) nasce da famiglia ebraica. Si
laurea in medicina e, in parallelo, coltiva la sua vocazione letteraria.
Prima che Joyce del monologo interiore facesse la forma letteraria
dell'Ulisse, Schnitzler lo aveva già introdotto nella Signorina Else (1924)
che - insieme a Doppio sogno (1926) da cui Stanley Kubrick trasse il noto
Eyes wide shut - rappresenta la sua opera di maggior successo. Anche Freud,
che lo considerava un po' una specie di suo "doppio", si interessò all'opera
di Schnitzler. Tra i due intellettuali, che si incontarono e intrattennero un
rapporto epistolare, ci fu contiguità di interessi scientifici, soprattutto
in relazione all'ipnosi.