36 anni fà il delitto De Cia rimane un Cold Case
Redazione Primiero Domenica 09 agosto 2026 4 minuti
Il delitto di Maria Luisa De Cia rimane dopo 36 anni uno dei cold case più
noti e complessi della cronaca nera italiana. Maria Luisa aveva 28 anni,
lavorava come ragioniera ed era originaria di Sorriva di Sovramonte, anche se
lavorava e viveva a Cornuda.
La mattina del 16 agosto 1990, la giovane lasciò un biglietto in cucina dei genitori a Sorriva con scritto "vado verso San Martino" e partì a bordo della sua Fiat Panda rossa. Da quel momento si persero i suoi contatti.
Il corpo fu scoperto nel pomeriggio del giorno dopo il 17 agosto da un gruppo di volontari e soccorritori nel bosco poco sopra Malga Civertaghe, vicino a San Martino, non lontano dal sentiero che porta al rifugio Velo della Madonna.
Maria Luisa era stata uccisa con un colpo di arma da fuoco (un proiettile di piccolo calibro pare di fattura artigianale) alla tempia. Sul corpo e sulla scena del crimine furono rilevati elementi anomali e segni di una brutale aggressione, tra cui legature e una posizione del corpo che fece pensare a una sorta di esecuzione o messinscena a sfondo sessuale.
Gli investigatori, coordinati all'epoca dal sostituto procuratore di Trento Giovanni Kessler ricostruirono che la ragazza si era probabilmente recata sul posto per incontrare qualcuno con cui aveva parlato al telefono nei giorni precedenti, pronunciando la frase "possiamo anche vederci" sentita da uno dei genitori. Il magistrato è tutt'ora convinto che la ragazza avesse un appuntamento con una persona conosciuta e di cui si fidava.
Le indagini incontrarono da subito delle difficoltà investigative, all'epoca (mancavano i moderni tabulati telefonici dettagliati e le tecnologie attuali di analisi del DNA) e del forte temporale verificatosi durante la notte successiva al delitto, la scena del crimine fu compromessa e non fu possibile isolare tracce biologiche utili o impronte dell'aggressore.
Nonostante le indagini approfondite, il movente preciso e l'identità dell'assassino non sono mai stati scoperti. Il fascicolo è stato aperto e archiviato alcune volte, ma lasciando il caso irrisolto e inserito a pieno titolo tra i grandi misteri della cronaca giudiziaria italiana. Nel corso degli anni, il delitto divenuto ormai un cold case è stato spesso ripreso da trasmissioni televisive di approfondimento e podcast di true crime.
Dedicato alle Donne vittime di Femminicidio riportiamo un articolo di Irene Vella - Giornalista scrittrice per @solferinolibri editorialista Dilei riferito al nostro caso:
Mi chiamavo Maria Luisa De Cia.
Avevo ventotto anni, una famiglia che mi amava e una Panda rossa con cui salivo spesso verso la montagna, per respirare un po' di libertà.
Era il 16 agosto 1990 quando lasciai un biglietto a casa: "Vado verso San Martino."
Non sono mai più tornata.
Il mio corpo fu trovato il giorno dopo, nei boschi del Primiero, vicino al Rifugio Velo della Madonna.
Ero imbavagliata con del nastro adesivo, nuda dalla vita in giù, con segni ai polsi da legacci mai ritrovati.
Ero stata violentata e uccisa con un colpo di pistola alla tempia sinistra.
Mi avevano tolto la voce, la dignità e la vita.
Per anni dissero di tutto: un maniaco, un cacciatore, un amante segreto.
Hanno cercato la colpa in me, invece che nella mano che mi ha uccisa.
Ma chi mi aspettava non era uno sconosciuto: era qualcuno che conoscevo, qualcuno di cui mi fidavo.
Nel 2011, ventun anni dopo, il procuratore Paolo Kessler riaprì il caso.
Disse che il cerchio si era chiuso, che l'assassino era stato individuato,
ma le prove erano andate distrutte: i vestiti, il nastro, le tracce.
«L'assassino di Maria Luisa De Cia lo abbiamo trovato, ma non possiamo dimostrarlo», dichiarò.
Un'ammissione che pesa più di una sentenza.
Il mio assassino ha continuato a vivere.
Io sono rimasta ferma a quel giorno d'agosto, nel silenzio del bosco.
Ma la mia voce non si è spenta.
Risuona ogni volta che una donna viene uccisa,
ogni volta che la verità viene archiviata,
ogni volta che la giustizia arriva troppo tardi.
Mi chiamavo Maria Luisa De Cia, e meritavo giustizia.
Non distruzione di prove.
Non silenzio.
Solo verità, perché anche quando la legge dimentica,
la memoria di chi è stata uccisa continua a parlare.